martedì 6 marzo 2012

Sensazioni

Sfera di vetro irregolare, velata su simboli e stagioni, scorci terrestri, vaste campagne, luoghi incantati, ipnotica, ammaliante, aperta su neve assoluta, distese ondulate, percorribili, agghiaccianti, gravate da cielo violaceo, fin oltre montagne acuminate, difficili, che si affondano in mare con pendio punteggiato di abitazioni a struttura semplificata, legno rosso scuro, ocra, bianco, ordinate, a due piani, tetti di ghiaccio. Molo e pescherecci intrappolati, morsa d'oceano solidificato, scintillanti, scafi rosso vermiglio, candide cabine, alberi panna, assenza di vibrazioni, esseri viventi, senza ruggine. Percezione: superficie di tavolo, insopportabile, che muta in successione di eventi. Sedia che cade, sfera che rotola, cerchi concentrici su superficie di vino, briciole di pane ammonticchiate, mollica lavorata, porta cigolante su cardini, rumore di pozzanghera, schiocchi di gocce contro il viso.

giovedì 9 febbraio 2012

Vecchia strada

Il portone si richiude pesantemente alle nostre spalle, con rumore eccessivo, un grande schiocco. Ora gli anni sono trascorsi di nuovo, siamo all'aperto, e mi ritrovo a fissare il balcone di ferro arrugginito: da lassù spesso scrutavo scorci della città che la sporgenza dell'alto caseggiato antistante, alto per la vicinanza, e la stipatezza delle costruzioni e degli anfratti scalcinati delimitavano e incorniciavano: una vecchia strada a senso unico, sulla sinistra, molto stretta, pavimentata di fitti sassi arrotondati dal passaggio del tempo e degli eventi, orlata da strisce infossate di pietra, a prospettiva accentuata, conclusa da una curva sfumante in lontananza a romperne la continuità, assottigliandosi e troncandosi all'improvviso; un portone, una sua minima parte, e finestre, camini, grate, la vetrina opalescente di un negozio di frutta e verdura, tetti affastellati, abbaini, e lampadine sospese, ondeggianti a qualsiasi movimento dell'aria, alle zampe dei colombi, ai loro voli quasi.
Vecchia strada. Di singolare bellezza, nel sole: miriadi di ombre piccole e grandi, scrostature, disegni stilizzati, crepe, angoli scuri, accecanti, colori mescolati nella luce compatta. D'inverno quieta, simile all'intorno, tappeto, passatoia candida e sinuosa in gola grigiastra dai bordi bianchi fumanti per lunghi camini.Grigio uniforme e opprimente ruscello luccicante nelle piogge, grigie anch'esse, come grigio il cielo e le persone affannate sotto il portone livido e misterioso.Terribile nella nebbia, vaporosa, quasi sospesa tra nuvole di segreti e di paure; da percorrere, comunque, con circospezione.

giovedì 19 gennaio 2012

Sera nebbiosa in animi nebbiosi

Le vie del centro appaiono vuote, inanimate; i passi provocano deboli percussioni sul selciato. La piazza è dietro una casa in pietra bianca e mattoni rossi.
Percorriamo piano, io e l'amico confuso, i portici, dalle arcate basse e comprensive; per un momento mescolati a gente in abito da sera che abbandona una piccola esposizione di pittura moderna: profumi, fragranze, essenza di fiori, qualche sciarpa, una ragazza e un ragazzo in grigio avvinghiati contro il muro, al riparo dalle luci giallastre.
Un suono lontano di flauto. Molto lontano; alternato a un abbaiare soffocato.
E nebbia. Nebbia a carezze.

mercoledì 21 dicembre 2011

Sempre e solo New York

Avanti ancora, su, verso la Columbia, sbalordito dalla cattedrale, da ragazzi e ragazze, dall'atmosfera, dal fascino del campus, voglia di ricominciare da lì, esattamente da quell'apparenza.
Proseguo verso Harlem, mentre il sole rompe il grigio, mi fa sentire accaldato, fuori posto, esausto, spezzato, in definitiva, forse, non più invincibile.
Passo per la zona più degradata di Harlem, metabolizzo i conseguenti cambi di atteggiamento di vita, perdo anche il ricordo del mio stato di benessere, si alterano pensieri e fisico, si insinua debolezza, lentezza di parola, sete, insorgono fastidiosi crampi a gambe e addome. I quartieri appaiono inospitali, difficili da conquistare, probabilmente pericolosi.
Trovo l'unica strada diagonale, so che raggiunge l'angolo nord-ovest del parco, la percorro osservando per istanti carrelli di supermercato colmi di ferraglia e rottami, murales cupi e colorati, luoghi di culto indefinibili, mi distraggo, perdo l'orientamento, mi ritrovo nel cuore di Harlem, nel lato sbagliato delle sue strade, dove ogni cosa, la materia stessa, è decadenza, maleodore, disagio, freddo e fame.
Rifiuto soluzioni elementari quali un taxi o un mezzo pubblico, mi dico "Ce la faccio comunque", mi sforzo, spiazzo i punti cardinali, ritrovo la giusta direzione, inizio a scendere per il lato ovest del parco, contando decine di strade che devo attraversare, compitandone le targhette di metallo, 117th, 116th, 115th, 114th, fino alla 57th, alla stanza d'albergo, al traguardo irraggiungibile.

giovedì 8 dicembre 2011

Prima che finisca

Rischio d'aver perso un inverno. Me ne accorgo, mi da fastidio, cerco uno sfogo: sto per scagliare una grossa rivista contro il muro. Mi trattengo grazie all'inaspettata sbiadita immagine di nebbia insistente in luoghi lontani. Nebbia capace d'offuscare la dura e spessa neve che mi ha accolto per anni all'uscita dall'aula, nebbia che mi ha più volte impedito anche solo di intravedere, dal vialetto degli Istituti dove mi trovavo, quello successivo, concedendomi di riconoscere le persone, quando lo potevo, solo allo sfioramento, senza protezione e con la guardia abbassata. Studio, pratica nei laboratori, dissezioni, comparazioni, dimostrazioni, immagini, proiezioni, discussioni, approfondimenti, turbamenti, timori, certezze, senso d'isolamento, freddo penetrante, voglia di creare ovunque un'atmosfera ostile in cui agire. Al meglio. Al diavolo tutto, se appare dell'altra neve; un'ultima volta, prima dei colori.

lunedì 10 ottobre 2011

Dire, fare, bruciare

Per gli interi tre mesi dell'inverno del secondo anno di Università mi arruffai volontariamente su un modellino di nave in legno. L'avevo costruita qualche anno prima, svogliatamente e di fretta. Non ne avevo sgrezzato bene il fasciame che, invece di presentarsi liscio e ben curvo dove erano le convessità e le concavità di poppa e di prua, risultava scalinato e asimmetrico al tatto e alla vista. In coperta grezzi accessori e grate incomplete. Mancava tutto il cordame, la scialuppa non era verniciata e aveva grandi remi. Minuscoli fiori bianchi rampicanti, a tempera, mascheravano il mordente mal dato agli alberi macchiati di colla. Dovevo rifarla: due sere prima avevo visto lei per l'ultima volta. Un lavoro talmente odioso e lontano dal mio modo di pensare, che riuscivo ad essere nervoso e scontento già al solo pensiero di intraprenderlo. Dovetti limare di nuovo l'impalcatura dello scafo e traguardare contro luce più volte le ordinate. La sera prima mi aveva telefonato per sapere il numero del mio amico. Non avrei più ascoltato la sua voce. Col passare dei giorni lo scheletro della nave divenne tecnicamente accettabile, tuttavia i miei compagni di stanza odiavano quanto me quella strana penitenza. Almeno due delle cinque sere che restavo in città le passavo chino su quei legni, a inalarne le polveri, a subirne le schegge, a maledirne la fragilità. E parlavo, parlavo, anche da solo; o ascoltavo la radio. Uscivamo sempre insieme, noi quattro: l'amico e i tre compagni. Quando tornavamo ci accoglieva un odore acre di segatura e colla, e avvertivamo piccoli chiodi incastrarsi nelle suole.Dopo un mese terminai di applicare il fasciame. Lo levigai con cura usando carta vetrata via via più delicata. Con segatura fine impastata a colla riempii i rari interstizi tra le piccole assi. E poi lisciai ancora. Non mi piaceva il caldo della carta sfregata fino a far male, né l'odore pungente, quasi di bruciato. E neanche la simmetria delle due fiancate, né le curve ben fatte. Pure continuai per tre mesi: il ponte, i pilastri, la scialuppa rifatta. Parlavo meno, a ben osservare. Ascoltavo molto la radio, in effetti. Guardavo l'amico leggere le lettere di lei: stava sdraiato sul letto, immerso in fumo azzurro. Con una fetta di torta, o un panino.
Poi le grate, le balaustre, il timone, gli alberi ben lisci e rastremati. Uscivamo con i guanti e le sciarpe. Al cinema. O al biliardo. Più spesso a trovare compagni di studi. O compagne. Una sera lei andò a trovare il mio amico. Io non la incontrai, perché sporco di colla e segatura. Lui le era sceso incontro afferrando il cappotto, e si erano allontanati senza salire.
Poi le corde, di tre misure. Intrecciare le scale. Tenderle. Quando fu terminata, a metà marzo, ebbi voglia di incendiarla. Di prendere la cinepresa e filmarne al rallentatore la disfatta. Ma non ne feci nulla. Decisi di regalarla. Non la regalai. La misi in alto allo scaffale dei libri.
Lui lesse due lettere, una sera. Di lei, ovviamente. L'immagazzinai in alto, nell'armadio. Mi parve bellissimo riporre pinze, aghi, colla, pezzetti di legno, chiodi e avanzi in una cassetta da non aprire più. Era quasi primavera.